«Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?»
Ci sono viaggi che non sono di sola andata, anche quando hanno tutte le caratteristiche per sembrarlo.
Lasciare la propria terra, per esempio, andare via dalla casa che ci ha visto crescere e diventare adulti, lasciare indietro amici e luoghi, sentimenti e sogni, è un trauma che mostra le sue molteplici cicatrici nel corso del tempo.
Teo, il protagonista di "La vita giovane" di Mattia Insolia [Mondadori], parte subito dopo il diploma ed evita qualsiasi occasione per ritornare a casa, fin quando non ha più scuse e deve fronteggiare il suo passato.
«Inspiro l'aria della mia terra, dove precipitano i sassi di un passato che minaccia come una valanga il mio presente.»
Teo, Tommaso e Giorgio sono stati inseparabili: ognuno con personalità ben diverse, ma uniti da un'amicizia molto forte che li ha supportati durante gli anni del liceo, attraverso i cambiamenti e le difficoltà di quell'età. Marta, Matilde e Sofia sono amiche come sanno esserlo le donne, offrendosi sorellanza e consigli, ma anche critiche e invidie reciproche.
Il gruppo è legato da sentimenti molto complessi, che non fanno altro che stratificarsi ulteriormente nel corso degli anni. Giorgio e Matilde stanno insieme dall'adolescenza, sono cresciuti insieme come si dice in questi casi, eppure talvolta sono andanti avanti uniti, altre volte parallelamente, senza trovare punti d'incontro. Ora, a dieci anni dal diploma, hanno tre figli, vivono in una villetta a schiera ben arredata e finalmente stanno per sposarsi.
È questa l'occasione che riporta Teo indietro sulla strada di casa e sul viale dei ricordi.
Teo, che è scappato a Milano e fa il copy in una agenzia, che ha sempre amato scrivere e leggere, e che racconta in famiglia solo una versione estremamente edulcorata della sua vita un po' tapina, tra tra desideri e illusioni, stanzette minuscole, appuntamenti fallimentari e il sogno di adottare un gatto. Teo che, nel corso del romanzo, porta sempre con sé un libro, quasi sempre un mattone, in cui rifugiarsi: segnatevi Una vita come tante, L'amica geniale, Il cardellino, 4321, vi verrà voglia di leggerli (o rileggerli).
A casa lo aspettano i soliti segreti familiari che pensava di aver superato, ma anche la malattia della madre e la vita parallela del padre, il fratello bloccato nel lavoro di sempre con una relazione senza tanti sbocchi.
Appena rientra in casa, Teo sente ripiombargli tutto addosso.
«Il punto è che traversare la patria dei nostri demoni è un'operazione difficile, e io ho atteso che i miei spiriti maligni sbiadissero.»
Il lettore entra in paese insieme a Teo, con i suoi occhi percorriamo i chilometri che lo separano dalla casa dei suoi genitori, con il battito del suo cuore nelle orecchie ci avviciniamo ai luoghi che sono stati scenario dei suoi incubi per tutti gli anni in cui è stato lontano.
È per questo che sappiamo che è successo qualcosa di terribile, ma a tutta prima non capiamo cos'è e questo non fa che accelerare il ritmo della lettura. Perché dobbiamo sapere, dobbiamo capire perché Teo è stato così ostinatamente lontano, perché si comporta come si comporta.
Intanto che Teo ci lascia sbirciare tra i suoi ricordi, conosciamo anche gli altri del gruppo e per ognuno c'è una prima impressione e, in seguito, una percezione più profonda. Succede, così - a me è successo immancabilmente per tutti loro - che si trovi un aspetto umano, profondamente umano, che li renda, se non simpatici, almeno più prossimi al sentimento di amicizia in cui il romanzo sembra coinvolgerci.
Le imprese tra ragazzi prendono una forma via via più distruttiva, le ragazze si lanciano frecciatine sempre più maligne, ma nessuno di loro si allontana dall'aura dell'altro, nessuno di loro riesce a immaginarsi se non in connessione con il resto del gruppo.
A tal punto che, quando succede l'irreparabile, non siamo in grado di immaginare come reagirà il gruppo in funzione della voragine che si è aperta tra di loro. Ma non rimarremo delusi, ve lo assicuro.
«E ci pensi mai a com'eravamo e a come siamo?»
«Domanda tosta.»
«Risposta non pervenuta.»
Inspiro ed espiro. «Tutt'i giorni.»
"La vita giovane" è un romanzo che racconta la formazione della coscienza adulta, con tutte le molteplici fragilità che sono l'eredità delle fratture mai sanate da bambini.
Ci mostra come, qualsiasi gesto, da quello più violento a quello all'apparenza più insignificante, può incrinare l'equilibrio e avere conseguenze terrificanti.
Mattia Insolia ci coinvolge nel racconto di una generazione forse bruciata, forse solo scottata dalla vita, e ci chiede di provare a capire, ma la sua scrittura fa di più: ci fa sentire sulla pelle ogni colpo, ogni crudeltà, ci sentiamo esposti con la carne in fiamme di fronte al desiderio, alle disillusioni, alle domande che non avranno mai risposta.
Ma va bene così, essere adulti significa anche sopportare di vivere con le domande che restano lì, eternamente, a lampeggiare nel fondo del nostro essere senza alcuna possibilità di essere soddisfatte.
«Che fine ha fatto tutto il tempo che avevamo? E che fine ha fatto l'amore, quello che abbiamo dato e abbiamo ricevuto? Che fine hanno fatto le persone che eravamo? E quelle che avremmo voluto o potuto essere?»
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