Recensione: Acqua di mare di Charles Simmons


«Nell'estate del 1963 mi innamorai e mio padre annegò.»

Ci sono libri che, immancabilmente, mi si ripresentano alla memoria in certi periodi dell'anno.
Al di là delle liste periodiche tanto in voga ultimamente -  che io pure amo, sia chiaro -, ci sono atmosfere che per me valgono più di qualsiasi cosa e che mi fanno ritornare una, due, anche tre volte sullo stesso testo.
È successo che leggessi "Acqua di mare" di Charles Simmons [Sur] un paio d'anni fa, in agosto: fu un colpo di fulmine! 
Centocinquanta pagine in un paio d'ore e, alla fine, un sospiro di nostalgia, malinconia, non so come chiamare quel sentimento di mestizia che mi ha sempre investito alla fine dell'estate.
L'anno scorso, stessa storia: sono ritornata al testo di Simmons con un desiderio quasi impellente, una sete di quelle atmosfere, di quelle ambientazioni.
Ed eccomi qua, con ancora il sale sulle dita, sulla faccia, la pelle che tira ancora mentre cammino ancora una volta su quelle spiagge rocciose e tra quei segreti familiari.

«Le due inquiline, che si erano trasferite nella dépendance, rimasero con noi. La signora Metz aveva la stessa età di mamma. Sua figlia, Zina, era stupenda anche a testa in giù. Aveva occhi e capelli castani, la pelle dello stesso colore anche se una tonalità più chiara, e le labbra rosso porpora. Sembravano intagliate.»

Michael ha quindici anni l'estate in cui, come ci rivela fin dal primissimo rigo dell'incipit, si innamora e perde suo padre. Proprio così, in sequenza. Starà poi a noi lettori scoprire se le due cose sono collegate o no.
Dicevo, è l'estate del 1963 e Michael ha quindici anni e va in vacanza coi suoi genitori nella villa al mare che sua madre ha ereditato, a Bone Point.
Lui ci va da tutta la vita e sua madre anche, prima di lui. Ogni spuntone di roccia è conosciuto, ogni collinetta di sabbia. Il tuttofare del villaggio che ci vive tutto l'anno è sempre lo stesso, ogni estate più vecchio, eppure compie sempre gli stessi gesti, fa gli stessi giri.
La famiglia di Michael ha una routine anche in vacanza: sua madre incontra le amiche, il padre torna in città per lavoro un paio di volte alla settimana, danno feste per celebrare tutto e niente.
Dietro la loro villa, c'è una dépendance e quell'anno in particolare viene occupata da una madre e una figlia in arrivo da New York e con l'intenzione di godersi dei giorni di vacanza sulla costa.
Michael mette subito gli occhi su Zina, la figlia, e Simmons è molto bravo nello sdoppiare i piani in cui possiamo immaginare il personaggio: come una ragazza, di appena qualche anno più grande, dal punto di vista di Michael, come una giovane donna, smaliziata e piena di iniziativa, dal punto di vista degli adulti.
Inevitabilmente, Michael è attratto da lei come la falena con la fiamma e, proprio come la falena, non riconosce il tragico destino di cui la ragazza si fa portatrice.
Il loro è tutto un gioco di sguardi, di sorrisi accennati, di allusioni: Zina e Michael sembrano bambini che si rincorrono sulla battigia, senza arrivare mai a buttarsi nelle onde. Manca sempre qualcosa, e lui non capisce cos'è.

«Il cielo era di un blu intenso, senza nuvole. Spingendo lo sguardo abbastanza lontano, riuscivo a scorgere la notte, dietro quel blu.»

La serenità delle giornate al mare, sulla barca a vela con suo padre, viene d'un tratto spazzata via dal turbamento sensuale che prova ogni volta che la ragazza gli gira attorno.
Ci sono indizi che ignora - volutamente e non -, ci sono sguardi che non coglie, ci sono sottintesi che, a causa della giovane età o dell'inesperienza sentimentale, Michael non capisce, eppure, alla fine, è tutto fin troppo palese.
Dietro il cielo azzurro, è in arrivo una tempesta, anzi, un uragano di proporzioni enormi e quando Michael se ne renderà conto, sarà ormai troppo tardi.

"Acqua di mare" è un romanzo breve ma denso di rimandi, prima di tutto alla novella "Primo amore" di Turgenev a cui Simmons si è dichiaratamente ispirato nella riscrittura, cambiando l'ambientazione dalla Russia di fine Ottocento agli anni '60 negli Stati Uniti, in piena epoca kennediana (JF Kennedy sarebbe stato assassinato proprio nell'autunno del '63).
Io, del resto, non ho potuto fare a meno di associare l'ambientazione vacanziera sulle coste dell'Atlantico, le atmosfere tra pettegolezzi e non-detti, i turbamenti del primo amore e delle decisioni irrevocabili anche al romanzo di Sloan Wilson, "A Summer Place", diventato il celebre film omonimo che noi conosciamo col titolo di "Scandalo al sole".

Non lo so come sono incappata in questo libro la prima volta, ma la verità è che, arrivati i primi caldi, quando il sole batte impietoso sull'acqua del mare - o anche del lago, nel mio caso -, io ricascherò ancora, e ancora, e ancora nelle sue pagine e ne uscirò ogni volta con una riflessione nuova.
Come per l'estate, non vorrei mai che finisse, ma so già che non poteva andare altrimenti.

«Le lacrime e l'acqua salata hanno lo stesso sapore.»

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