Recensione: Il tempo dell'orologiaio di Maurizio de Giovanni


«Carlo rifletté sul tempo. Era un pensiero sul quale si era soffermato spesso durante gli anni trascorsi in solitudine, perché stando lontano aveva scoperto la sua vera vocazione. Era un orologiaio.»

Sono dipendente dalle emozioni che le storie di Maurizio de Giovanni mi provocano. Dopo anni come sua lettrice fedelissima, è arrivato il momento di ammetterlo.
Soprattutto se, dopo averlo letto in anteprima, averne parlato con l'autore, averlo riletto nelle sue parti più belle, "Il tempo dell'orologiaio", il secondo e ultimo volume della dilogia dedicata all'orologiaio di Brest edito da Feltrinelli, in questo momento esatto mi ha commosso di nuovo.

Dopo "L'orologiaio di Brest", ritroviamo Carlo e Andrea in fuga dalla Francia, mentre diverse forze opposte tramano per arrestare la loro corsa e rimettere la polvere sotto al tappeto, dove è stata nascosta negli ultimi quarant'anni. Stavolta, però, niente sarà più come prima.

«Se un orologio si bloccava, si verificava una magia stupefacente: Carlo usciva dal flusso delle ore e dei giorni. Entrava nella medesima dimensione dell'orologio in panne, quella dell'immobilità e dell'indifferenza. Fintanto che era lì, presente e passato si fondevano e Carlo tornava a essere il giovane idealista che era stato, in mezzo a compagni con cui condivideva anima, cuore e cervello. Dentro quel meccanismo nato per fare qualcosa che non riusciva più a fare, ritrovava la dignità di ciò che era stato e che adesso - rotto, vecchio e infelice - non era più.»

Abbiamo lasciato Andrea e Carlo che, rocambolescamente, sono scappati dai servizi segreti e hanno perso Vera, che è stata attirata altrove da una misteriosa figura. Scopriamo, non senza qualche brivido, che questo personaggio enigmatico è una persona di cui la giornalista si è sempre fidata ma di cui, evidentemente,  non ha compreso la vera natura.
Su quale pista potrà muoversi Andrea per ritrovarla?
Carlo riuscirà ad aiutarlo, esponendosi dunque, dopo quarant'anni di vita in esilio lontano da tutto e da tutti?

È qui, nell'uscire dallo schema delle vite dei personaggi - la solitudine di Carlo e l'indifferenza di Andrea -  che "Il tempo dell'orologiaio" compie un vero e proprio miracolo, emozionandomi più del solito rispetto alla scrittura di De Giovanni, con colpi di scena e rivelazioni al cardiopalma.
Il solitario e schivo Carlo, con la sua balbuzie che lo ha intralciato tutta la vita, crea un legame vero e profondo con sua nipote, Martina, la figlia strafottente di Andrea: i due, pur non essendosi mai conosciuti, hanno tanto in comune, a livello conscio e inconscio, talmente tanto che spesso si capiscono ancor prima di parlare.
Andrea, invece, da sempre accomodato sugli agi di una vita senza troppe domande - da dove arrivavano i soldi con cui sua madre gli ha pagato gli studi, gli sport elitari e i master? Sua moglie ha davvero colto l'occasione per lasciarlo oppure da anni conduceva già una vita parallela che lui aveva scelto di non vedere? -, tutt'ad un tratto riscopre dentro di sé la capacità di interessarsi agli altri, di trovare alternative alla rinuncia perché ciò che perderebbe, in tal caso Vera, è qualcosa che conta davvero per lui.
Nel momento in cui tutti escono dalla routine in cui si sono costretti per tanti motivi, succede l'inaspettato: Carlo trova le risposte alle domande che lo hanno tormentato per quarant'anni, ritrova i sui compagni di lotta, scopre l'ingranaggio che si era inceppato in quel meccanismo che credevano perfetto; Andrea capisce di poter andare ben oltre le sue presunte sicurezze e rischiare, rischiare tutto per ottenere quello che vuole davvero.

«Era quello il tempo dell'orologiaio. Sospensione, equilibrio e ricordo, finché tutto tornava a muoversi e a girare. Il tempo dell'orologiaio è un orologio fermo.»

Tra politica e Chiesa, Maurizio de Giovanni imbastisce un romanzo del tutto inaspettato che, nel profumo d'incenso, ricorda il miglior Dan Brown, ma col cuore che il nostro autore ci ha abituato a mettere nelle sue storie. "È il mio primo thriller - rivela De Giovanni nel corso di un incontro esclusivo -. Non sapevo di volerlo scrivere, ma è venuto fuori così, confermando che è il genere a scegliere noi e mai viceversa."
In questo secondo romanzo, il tempo acquista una valenza e un ritmo completamente differenti rispetto al primo: c'è un conto alla rovescia molto veloce, pagina dopo pagina, per lasciarci col fiato sospeso fino all'ultimo.
Niente è mai banale, niente resta in sospeso: sapremo che è finita perché non può essere altrimenti e l'emozione di vedere i pezzi che vanno tutti al loro posto è fortissima.
In quel momento, alla fine, il tempo di tutti è sincronizzato, perché sono tutti nel tempo giusto.

Mi sono commossa più volte grazie alla bellezza della narrazione, ma l'ho detto all'inizio di questo articolo: non posso fare a meno di lasciarmi andare alle emozioni di fronte alle storie di Maurizio de Giovanni, succede così fin dal primo romanzo che ho letto.

"Il tempo dell'orologiaio" ci sussurra che, un mondo senza senso, senza giustizia e talvolta senza riparo, come un orologio rotto che segna l'ora esatta due volte al giorno, anche quel mondo rotto può avere il suo finale giusto al momento giusto.

"Che hai fatto, tutto questo tempo?"
"Ho ag-giustato m-molti orologi."



[libro in anteprima omaggio della casa editrice]

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